Opporsi a chi si oppone

Da qualche mese circola nelle librerie un opuscolo giallo dal titolo “Opporsi al negazionismo. Un dibattito necessario tra filosofi, giuristi e storici” (Ed.il Melangolo, 2013). Nel libriccino vengono esposte in successione le opinioni di alcuni docenti universitari circa l’ormai sedimentato filone revisionista della storiografia che riguarda la tragedia vissuta dagli ebrei sotto il regime nazista comunemente nota come Olocausto. Al di là del credito che gli storici revisionisti riscuotono presso la comunità degli storici accreditati (é bene precisare che una delle critiche che gli storici “col patentino”, ovvero chi si occupa di Storia sposando la storiografia ufficiale, muovono ai revisionisti dell’Olocausto é proprio la pretesa di questi ultimi di essere considerati storici), é doveroso precisare che i capisaldi della critica revisionista (non userò volutamente il termine “negazionista” perché sibillinamente fuorviante) sono essenzialmente tre: 1) l’ipotesi di sterminare sistematicamente gli ebrei nella cosiddetta “Soluzione finale” non rientrava nei piani di Hitler e del Terzo Reich; 2) gli ebrei caduti per mano dei nazisti non furono 6 milioni, ma un numero notevolmente inferiore; 3) non vi furono camere a gas nei campi di concentramento nazisti.
A me personalmente non interessa portare acqua al mulino del revisionismo o tifare per la Storia così come ci é sempre stata raccontata. Non ho svastiche tatuate sul braccio né mezzibusti del Furher nell’angolo del salotto (a dire il vero non ho neanche il salotto, ma questo é un altro discorso). Cerco solo di capire dov’é la verità prestando attenzione a tutte le campane, anche le più denigrate se é il caso, purché argomentate. E, soprattutto, ho realizzato che é finito il tempo delle liturgie del dolore, delle giornate della memoria, del celebrare i lutti subiti da un popolo gettando l’ombra dell’oblio su altre tragedie collettive attualmente in corso. Ritengo che non si onorino le vittime accendendo un cero o indossando la kippah davanti ai fotografi, ma restituendo loro la dimensione di verità quando questa viene messa in discussione.
Forte di queste riflessioni, ho affrontato la lettura del libretto di cui sopra fiducioso di trovarvi argomentazioni che potessero, se non demolire, quantomeno scalfire le critiche revisioniste. Al contrario, mi sono imbattuto in pagine di discettazioni filosofiche, esortazioni per la promulgazione di leggi liberticide, delegittimazioni gratuite e ardite congetture da processo alle intenzioni col risultato di aver schivato il problema appellandosi vigliaccamente ai principi della filosofia e del diritto. Facciamo una breve carrellata dei docenti più meritevoli di menzione per il vigore concettuale scaturito dai loro mini pamphlet. Marco Cuzzi, ad esempio, docente di Storia contemporanea dell’Università di Milano, sostiene convinto che il “negazionismo” (questa parola, presente anche nel titolo dell’opuscolo, viene spesso ripetuta all’interno come espediente semantico per sopperire alla debolezza delle tesi esposte) sia un fenomeno partorito dalle frange estreme di destra, ma a volte anche un po’ a sinistra, comunque molto estreme. Anche quando tra coloro i quali criticano i dogmi olocaustici troviamo il docente francese di critica letteraria Robert Faurisson o il ricercatore Carlo Mattogno, il peccato originale del quale questi sono macchiati, secondo il prof. Cuzzi, risiede nel fatto che le loro opere trovano larga diffusione nei circoli neofascisti, come se una fede politica, per quanto nostalgica e di nicchia, fosse prova inconfutabile di fallacità nei contenuti. Si passa poi alla docente di Filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma Donatella Di Cesare, secondo cui “la negazione è una dichiarazione politica di intenti: innanzitutto l’intento criminale di sopprimere le condizioni stesse per un confronto nullificando quella realtà condivisa nel dialogo da cui scaturisce la democrazia”. Prosegue ancora la Di Cesare affondando un piede nella psicanalisi sociale: “Negare lo sterminio vuol dire assumerne la necessità del domani“. Assistiamo qui al paradosso di voci accademiche che denunciano la possibile minaccia alla democrazia derivante dal diffondersi delle tesi revisioniste attribuendo ai responsabili velleità restauratrici del potere nazista, ma al contempo rifiutano un confronto storico che può aver luogo solo in presenza di un unanime riconoscimento della libertà di espressione e di ricerca storica, questa sì principio ineludibile di ogni democrazia. Alle argomentazioni tecniche, logiche e documentali che i revisionisti pongono sul tavolo di un dibattito che non otterranno mai perchè non degni di mettere in dubbio le verità ufficiali della Storia, Donatella Di Cesare suggerisce dunque di inquadrare il problema in un contesto filosofico-giuridico, volgendo la testa dall’altra parte ed evitando quindi un confronto costruttivo che potrebbe aprire nuovi scenari storici e chiavi di lettura alternative segnando un percorso di crescita culturale collettivo. Da ultimo, a dimostrazione della ostinazione con cui si tenta di opporre il fioretto alla rivoltella, la filosofa Francesca R. Recchia Luciani, docente presso l’Università di Bari ammonisce: “Ai negazionisti che si accaniscono nella decostruzione pseudostorica del genocidio ebraico va opposta una riflessione di natura filosofica”. E conclude con un frase epitaffio sulla falsa riga della collega Di Cesare: “Chi nega oggi quell’orrore, non solo ne condivide gli scopi, ma non è difficile immaginare che possa da esso trarre ispirazione per progetti politici altrettanto minacciosi”. Sarebbe interessante chiedere alla professoressa Luciani se crede che i responsabili dei pestaggi che ha subito il revisionista Robert Faurisson a causa delle sue idee rappresentino parimenti una minaccia democratica o se ritiene che una legge che allontani un privato cittadino dalla libera ricerca storica, come la Fabius-Gayssot, attualmente vigente in Francia, non sia un arrogante bavaglio del potere a chi tenta di far luce su una fase storica cruciale del XX secolo, nonché un vulnus democratico.

Chi vuole opporsi al revisionismo dell’Olocausto brandendo i libri di Primo Levi e accusando l’interlocutore di fomentare idee neo-naziste non ha compreso i termini della questione, oppure, per dirla con Pasolini, è un moralista che rifiuta di essere scandalizzato.


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