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Un mondo più sicuro?

Dopo settimane di trattative, si è concluso a Losanna l’accordo sul nucleare iraniano. In controtendenza rispetto agli sforzi profusi dalla precedente gestione Ahmadinejad, l’Iran di Rohani dovrà rinunciare al programma di arricchimento dell’uranio a scopi militari in cambio di un progressivo allentamento delle sanzioni comminate dall’Occidente. Obama si è precipitato a dichiarare entusiasta che il mondo ora è più sicuro, dimenticando che l’accordo ha solo disarmato un paese che non armato non era, ma anzi aveva aderito al Trattato di non Proliferazione Nucleare (TnPN), al contrario di paesi come Israele, nuclearizzato fino ai denti e in preda alle ipocrite crisi isteriche di vittimismo del suo premier Nethanyau, o degli stessi Stati Uniti, i quali non dovrebbero neanche sedere dalla parte dei paesi “moralizzatori” sul tema nucleare, dal momento che fino a prova contraria le uniche due bombe atomiche usate su civili sono state sganciate da caccia statunitensi durante la seconda guerra mondiale seminando milioni di vittime giapponesi. Un mondo più sicuro oggi non lo è di certo, se pensiamo alle guerre in Ucraina e in Yemen, agli attacchi terroristici in Kenya e alle avanzate dell’ISIS. E non lo sarà almeno fino a quando le opinioni pubbliche occidentali non riconosceranno che il mondo attuale è dilaniato dalle guerre per procura; perché, se accettiamo che gli USA finanzino le opposizioni ucraine per rovesciare un governo democraticamente eletto con l’intento di provocare la Russia di Putin, o che i petrodollari vadano ad oliare gli ingranaggi del conflitto tra sunniti e sciiti, allora non potremo mai comprendere le ragioni per cui, nonostante gli apparenti sforzi diplomatici delle grandi potenze, le tensioni crescono costantemente. Continue reading

Iran e le speranze tradite degli USA

Appena celebrate le elezioni iraniane che hanno visto trionfare al primo scrutinio di regolari e pacifiche elezioni il moderato Hassan Rohani, si tenta di capire come si muoverà il nuovo presidente della Repubblica Islamica e se seguirà le orme del suo predecessore Ahmadinejad, specie in politica estera. Ciò che, a mio avviso, è necessario capire è il contesto nel quale l’Iran si muove e gli ostacoli che il paese degli Ayatollah è costretto a superare per venire incontro alle esigenze della popolazione. L’Iran si trova da anni sotto un duro regime sanzionatorio impostogli dall’Occidente (leggi USA) che costituisce una vera zavorra per l’economia di una nazione tra le prime esportatrici di greggio al mondo. Gli USA, in tandem con l’Unione Europea che ratifica ogni sbadiglio proveniente da Washington, cavalcando il debole, retorico e ipocrita pretesto del presunto programma nucleare a scopi bellici, si rendono artefici di un continuo martellamento ai fianchi dell’Iran, che ha finora dimostrato di non cedere alle provocazioni mostrando lo spirito tenace di un paese sovrano consapevole della sua forza e rilevanza strategica nel sempre più infuocato scenario geopolitico mediorientale. Per comprendere meglio i tentativi di destabilizzazione dell’Iran provenienti da Occidente e le conseguenze sociali delle sanzioni economiche che hanno fatto da sfondo alla recente tornata elettorale, un articolo di Timothy Guzman pubblicato a ridosso delle elezioni. Continue reading

La pulizia etnica della Palestina

Nel 1948 si è consumato uno dei più gravi crimini contro l’umanità che la storia ricordi. Il secondo conflitto mondiale era appena finito e un popolo, quello ebreo, decimato dalle persecuzioni naziste, cercava una terra dove stabilirsi, riunirsi e diventare Stato. La terra prescelta era quella indicata dalle sacre scritture: la Terra Promessa. Promessa da Dio ad un popolo che aveva subito la tragedia dell’Olocausto e meritava pace, serenità e futuro. Ogni cosa sembrava perfetta: dolore, sopruso, morte, e rinascita. Tutto nel nome di Dio, anzi Jahveh. Peccato che questo sia avvenuto a spese di un altro popolo, totalmente estraneo alle sofferenze degli ebrei: i Palestinesi. Questi si erano macchiati dell’unica colpa di trovarsi in una terra che i teorici del Sionismo avevano deciso dovesse diventare la loro terra, e dei loro discendenti. Lì, all’ombra degli aranceti, sarebbe nato uno Stato guidato da leader accomunati dalla ferrea volontà di nascondere e far dimenticare l’orribile e violenta genesi d’Israele. Continue reading

Il paradosso nucleare

Il Trattato di non Proliferazione Nucleare (TnP) è un accordo stipulato nel 1970 a cui aderiscono 189 paesi. Praticamente tutti, eccetto Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Lo scopo del trattato è il progressivo smantellamento delle testate nucleari esistenti e la promozione di un utilizzo pacifico del nucleare, fermo restante il divieto di condurre nuovi progetti di sviluppo di armi atomiche. Questo scopo, nobile e condivisibile sulla carta, inevitabilmente comporta che una mancata ratifica del trattato equivale a dichiarare guerra al resto del mondo o comunque a non condividerne le spinte pacificatrici. Con le dovute eccezioni, però. Dal momento che possiede testate nucleari e non ha ratificato il TnP, Israele dovrebbe infatti figurare nel novero degli ‘stati canaglia’ e meritare lo sdegno del segretario di Stato Hillary Clinton. Ma questo non accade, perchè Israele, nonostante tutto (inclusi gli insediamenti coloniali e le continue vessazioni ai danni dei palestinesi), è il partner storico degli USA e suo principale avamposto nel ricco Medio Oriente. Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o sorprendente. Il vero paradosso si manifesta quando la disapprovazione degli USA e di altri paesi occidentali (tra cui l’Italia), i cui delegati hanno abbandonato la sala del Palazzo di Vetro dell’ONU in segno di protesta per le parole di Ahmadinejad, si riversa nei confronti di un paese che ha ratificato il TnP e che non possiede alcuna testata nucleare, cioè l’Iran. Continue reading

Tg5 e l’informazione che diventa spot

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E’ da qualche giorno che mi sento un pò strano: alle otto della sera accendo la tv e guardo il Tg5. Mezz’ora di “notizie” ad un ritmo forsennato, come quegli spot pubblicitari in cui per rientrare nei pochi secondi pattuiti le parole si rincorrono velocemente senza respiro. “Leggere-attentamente-il-foglio-illustrativo-se-i-sintomi-persistono-consultare-un-medico!”. Faccio alcuni esempi. Berlusconi si è recato a Viareggio a ‘prendere in mano la situazione’ dopo l’incendio dalla cisterna di gas nella stazione ferroviaria. Oltre alle solite dichiarazioni rassicuranti del premier e agli sguardi preoccupati di Bertolaso, ci sono stati disordini all’arrivo del presidente del Consiglio nella città toscana. Mentre i siti di informazione parlavano di contestazione a Berlusconi, il Tg5 chiudeva il servizio con una rapida chiosa di una manciata di secondi che suonava più o meno così: “Da-segnalare-la-contestazione-di-un-gruppo-di-facinorosi-al-presidente-del-consiglio-che-è-poi-subito-rientrata!”. Da notare la parola facinorosi. Continue reading

Chi è il razzista?

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I temi di politica internazionale sono totalmente assenti da quello che noi chiamiamo dibattito politico. Ci riempiamo la bocca di paroloni come ‘crisi dei mercati’, ‘globalizzazione’, ‘congiuntura economica’, senza avere la minima idea di quel che accade nel mondo. I media italiani sono come casalinge: si dedicano per lo più alle faccende di casa, quali celebrazioni per la Patria, beghe di partito, nomine Rai, emergenza criminalità, cronaca nera, ecc. Latitano quasi del tutto i grandi fatti di politica estera. Non si approfondiscono i rapporti di forza tra gli stati, gli accordi intrapresi, lo stato delle guerre, i flussi monetari, le condizioni di vita dei paesi cosiddetti in via di sviluppo, le economie locali, ecc. Non si conoscono i protagonisti che operano nei teatri internazionali, nè i reporter freelance che rischiano la vita per raccontare il mondo o esperti di affari internazionali. Continue reading