Obama come Bush

E’ irritante ormai constatare con quanta facilità la retorica statunitense attecchisca su giornalisti e politici di casa nostra. Giorni fa ho seguito la partecipazione di Matteo Renzi, sindaco di Firenze nonché giovane virgulto del centrosinistra, da molti indicato come futuro leader del PD (be’, se lo è stato Franceschini…), nella trasmissione di Chiambretti. Premesso che – recarsi nella abitazione privata del premier per discutere di questioni istituzionali e lasciarsi andare a goliardiche comparsate nelle tv del presidente del Consiglio, peraltro in uno dei programmi che meglio incarnano l’essenza culturale dell’italia berlusconiana – non è un segnale incoraggiante per colui che si presenta come il ‘rottamatore’ del vecchio modo di far politica, ho assistito all’ennesima incensata del presidente USA Barack Obama, considerato senza critica alcuna come Dio in terra, l’esempio da imitare. Continue reading

L’impotenza delle elezioni

Negli Stati Uniti le elezioni di mid-term sono considerate un importante ‘termometro’ del gradimento politico della classe dirigente, più concreto e credibile di qualunque sondaggio italiano di Manheimer o Pagnoncelli. Poteva essere una buona occasione per i media nostrani di esaminare lo stato della società e dell’economia degli Stati Uniti, eppure, al di là dei soliti enfatici collegamenti di Giovanna Botteri al Tg3, non mi è parso di vedere altro. Forse un pò per non intaccare il mito di Obama, uscito con le ossa rotte dalle elezioni dopo aver perso il controllo della Camera del Congresso, un pò anche perchè troppo presi dalle entusiasmanti querelle Berlusconi-escort, Berlusconi-Fini, Berlusconi-gay.

Capire come se la passano i più democratici dei democratici nella culla del capitalismo globalizzato è fondamentale per comprendere anche la situazione italiana, che in molti aspetti, nonostante l’italiano appaia spesso come il più corrotto, frivolo e manipolabile, riproduce fedelmente quella statunitense. Continue reading

Il Pentagono sta usando Haiti come campo d’addestramento per l’Afghanistan

Avevamo lasciato Haiti con George W. Bush junior che si puliva la mano sulla camicia di Bill Clinton dopo averla stretta ai terremotati di Port au Prince. Un vero ‘scoop’ da copertina che ha fatto presto il giro dei principali siti di informazione. L’atto più squalificante per un giornalista è, a mio avviso, ridursi a portatore di veline. Chiunque lavori nella redazione di un giornale alla ricezione ed elaborazione delle cosiddette agenzie di stampa (veline) non può definirsi ‘giornalista’, ma al massimo impiegato di stampa con discreta padronanza della parola scritta.

Terminati i sentimentalismi alla Studio Aperto sulle vittime del terremoto di Haiti, le notizie provenienti dall’isola caraibica hanno preso a latitare, lasciando i nostri impiegati di stampa a scrivere di listini elettorali, preti pedofili e champions league. Per fortuna però, l’attività di cercare le notizie e fornire chiavi di lettura agli eventi collocandoli in un contesto più generale, cioè fare il giornalista, non spetta solo alle redazioni dei quotidiani, ma a chiunque ritenga di poterlo fare, sia esso un giovane ricercatore, un blogger, un romanziere, o un professore di economia, come Michael Chossudovsky. Continue reading

Haiti e la solidarietà postuma

La tragedia di Haiti sta lentamente scivolando nell’oblio, come tanti fatti di un mondo che appare sempre più lontano dal virtualismo goliardico a cui siamo abituati. Nei giorni scorsi i media hanno pensato di ‘coprire’ il terremoto di Haiti con un continuo tran tran di notizie di clamorosi salvataggi di neonati e guerriglie in strada per accaparrarsi un pezzo di pane. Fermo restando il diritto all’informazione e il rispetto per le vittime, questo giornalismo ci fa male e non serve a nulla. Per la stessa ragione per la quale, se la nostra casa rischiasse di saltare in aria per una fuga di gas, prima di verificare che il criceto respiri ancora o il cappotto non abbia perso l’odore di tintoria, dovremmo pensare ad aprire la finestra e chiudere la valvola dei fornelli.

Mi spiego. L’opinione pubblica italiana, ma anche il resto dell’Occidente ‘civilizzato’, ha scoperto solo in questi giorni le condizione disumane in cui versavano gli abitanti di Port-au-Prince prima del sisma del 12 gennaio scorso. Continue reading

Guerra e Globalizzazione

guerra e glob

La piena comprensione della politica di un paese non può prescindere dalla conoscenza del quadro delle relazioni internazionali all’interno del quale esso si colloca. E, soprattutto, è fondamentale prendere piena coscienza degli eventi che hanno condotto alla situazione davanti a cui oggi ci troviamo. I quesiti da porci riguardano, ad esempio, le vere ragioni che hanno spinto gli USA ad entrare in guerra con Iraq e Afghanistan e nei quali sono attualmente coinvolti anche altri Paesi come l’Italia, il ruolo svolto dai servizi segreti americani nelle trame politiche internazionali dagli anni ’80 fino ai giorni nostri; è importante chiederci se lo sdegno derivante dalla morte di 3000 persone nel cuore di New York e l’odio antioccidentale che alimenta Al Quaeda dagli inizi degli anni ’90 sono sufficienti a giustificare un intervento militare che continua a mietere vittime e fomentare rivolte civili anche a distanza di 8 anni dall’inizio delle ostilità e quali sono i retroscena che si nascondono dietro queste operazioni militari. Continue reading

Perchè ci odiano

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Pochi giorni dopo i misteriosi attentati contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, il presidente Bush, in un discorso a camere riunite al Congresso a proposito della incombente minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamica, ebbe a domandarsi: “Perchè ci odiano?“. A questo quesito, Bush junior, in una sorta di dialogo con se stesso, rispose: “Odiano ciò che vedono in questa camera: un governo democraticamente eletto. I loro leaders si auto-eleggono. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di religione, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di votare e di riunirci e di essere in disaccordo gli uni con gli altri”. A bocce ferme e lontano dalle opinioni dal sapore ideologico dei salotti televisivi, Paolo Barnard tenta di rispondere alla domanda di Bush. Lo fa con un saggio che non vuole essere un esercizio della logica e della ragione, uno sfogo ideologico o la mera esposizione di un punto di vista sulla situazione geopolitica internazionale, ma una elencazione di fatti, documenti, citazioni e incontri avvenuti nel corso di incredibili esperienze che hanno visto il reporter freelance sfidare situazioni al limite rischiando più volte la sua incolumità. Continue reading