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Paul Krugman, la crisi e l’euro

Una delle voci più autorevoli e ascoltate del panorama mondiale della materia economica è certamente quella del Premio Nobel Paul Krugman. Nel suo libro Fuori da questa crisi, adesso!, Krugman analizza le origini della crisi economico-finanziaria generata dall’isteria indiscriminata dei prestatori di fondi nel mercato dei mutui subprime con uno sguardo rivolto al divario sempre più marcato tra la minoranza abbiente e la massa di disoccupati alle prese con le ristrettezze quotidiane.

Pur non conoscendo abbastanza Krugman dal poter giudicare quest’opera in relazione ad altri suoi precedenti lavori, è evidente come dalla lettura di queste pagine si apprendano concetti chiave della macroeconomia che rendono Fuori da questa crisi, adesso! un libro indispensabile per chiunque fosse interessato a comprendere la natura della crisi economica e tracciare eventuali scenari futuri. In un periodo storico denso di importanti cambiamenti politici e culturali, dettati in larga parte dai trend economici dei paesi coinvolti, è fondamentale capire come una crisi si origina e si sviluppa fino a coinvolgere gli strati più bassi della popolazione. Sebbene la disamina di Krugman si concentri maggiormente sulla situazione economica statunitense da cui ha tratto forza lo tsunami finanziario che ha investito il globo a partire dalla seconda metà degli anni Duemila, la lente dell’autore si sposta presto sui paesi dell’eurozona, strutturalmente impreparati ad assorbire il colpo. La ragione di questa incapacità dei paesi che hanno adottato la moneta unica di reagire allo shock proveniente da oltre oceano, spiega Krugman, risiede principalmente nel mancato rispetto da parte dell’area euro di due principi cardine di una zona valutaria ottimale, ovvero l’integrazione fiscale (trasferimenti di fondi da un’area economicamente più sviluppata verso un’altra che lo è di meno) e la mobilità della manodopera, principio quest’ultimo al centro degli studi dell’economista canadese Robert Mundell. La crisi profonda in cui oggi si trovano diversi paesi europei è dovuta dunque al progetto incompiuto dell’euro, che ha regalato fiducia agli investitori in periodi di vacche grasse, durante i quali da una parte i creditori hanno elargito ingenti somme a favore di stati e privati confidando nella stabilità della moneta, e dall’altra i debitori si sono lasciati ingolosire dai bassi tassi di interesse, fino a quando non si è raggiunto quello che negli ambienti economici è noto come “momento di Minsky”, ovvero quell’attimo in cui Wile E. Coyote guarda verso il basso, si accorge di non avere più terra sotto i piedi e precipita nel vuoto. La grande corsa al debito che ha animato i mercati europei nei primi anni dell’euro è sfociata quindi nella presa di coscienza da parte dei creditori della inesigibilità dei crediti concessi. In quel momento i rubinetti del credito si sono chiusi e si è preteso che gli Stati ripianassero i bilanci disastrati delle banche. E così il debito da privato è divenuto pubblico, con i governi dell’eurozona costretti a praticare austerità fiscale a danno del sistema delle imprese e dei privati cittadini.

Si è innescata dunque una spirale negativa che ha messo in evidenza le falle del sistema europeo a valuta unica, a partire dai tassi d’interesse schizzati alle stelle per quei paesi che non potevano avvalersi di banche centrali come la Federal Reserve, in grado cioè di finanziare il proprio debito creando moneta dal nulla e accreditandola nei conti di riserva delle banche con l’effetto di tranquillizzare gli investitori e calmierare i tassi.

“L’Europa”, conclude Krugman, “non è un aggregato omogeneo. È un insieme di paesi, ognuno dei quali ha il proprio bilancio (c’è pochissima integrazione fiscale) e il proprio mercato del lavoro (la mobilità della manodopera è bassa), ma non la propria moneta. È questo crea una crisi.”.

Tuttavia, come molti sono portati legittimamente a ritenere, Paul Krugman non si schiera contro l’euro, riconoscendo la portata storica del progetto di unione monetaria e constatando il rischio del panico e la conseguente corsa agli sportelli che potrebbe derivare da un ritorno alle monete nazionali. Al contrario, per salvaguardare la moneta unica l’economista di Long Island suggerisce la strada della trasformazione della Bce in “prestatore di ultima istanza” e plaude all’iniziativa di Mario Draghi di concedere prestiti illimitati alle banche in cambio di bond dei paesi europei.

La posizione di Krugman, che non esito a definire di ambiguo equilibrismo, a metà strada tra la critica condivisibile e la cautela possibilista, alimenta in ogni caso il dibattito sul tema pressoché assente all’interno dei canali mediatici principali italiani, ancora fortemente condizionati dalla retorica europeista e dall’ideale della moneta forte che tiene testa alle grandi economie del pianeta. Dogmi, questi, sempre più vacillanti davanti alle evidenze reali di una economia essenzialmente stagnante ed al gruppo sempre più nutrito di intellettuali ed economisti che propongono il superamento della moneta unica.

Morire di austerità

Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato direttivo della BCE, nello scorso settembre fu catapultato sulle prime pagine di alcuni quotidiani italiani ed esteri a seguito di un articolo del Telegraph firmato da Ambrose Evans-Pritchard, in cui questi denunciava la presenza di forti condizionamenti a livello europeo in grado di indurre alle dimissioni presidenti eletti democraticamente portando come prova un passaggio del libro dell’economista fiorentino Morire d’austerità (2013, Il Mulino). A pagina 40 del pamphlet di Smaghi si legge infatti: “Non è un caso che le dimissioni del primo ministro greco Papandreou siano avvenute pochi giorni dopo l’annuncio di tenere un referendum sull’euro, ipotesi rigettata dagli altri paesi, e che quelle del presidente del Consiglio italiano di Berlusconi siano avvenute dopo che l’ipotesi di uscita dall’Euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi di altri paesi”.

La portata di queste parole è stata incredibilmente sottodimensionata e deliberatamente taciuta dai maggiori organi di stampa, fatte salvo le testate fedeli al magnate di Arcore, come Libero e Il Giornale, che non hanno esitato a strumentalizzare le parole di Bini Smaghi gridando allo scandalo. E’ di scandalo si tratta, a mio avviso. Continue reading

El Concursante

Undici anni fa l’imbarcazione velica battente bandiera Prada “Luna Rossa” gareggiava nell’America’s Cup. Non ricordo i risultati sportivi che la compagine italiana raggiunse, ma non posso dimenticare l’incredibile seguito popolare che le noiosissime telecronache notturne ottennero. Anch’io fui travolto dall’isteria delle regate. Restavo inebetito, per ore, ad aspettare che si alzasse il vento necessario a far partire i natanti, mentre le note dei Pink Floyd conferivano a quei momenti una solennità forse eccessiva. I termini “cazzare la randa”, “andare di bolina” e “spinnaker” erano diventati di uso comune e i giornali sportivi offrivano più spazio alle regate che alle partite di calcio.

Oggi sta avvenendo grosso modo la stessa cosa. Continue reading

Economy cartoons

http://youtu.be/zlsGh_S1E2c

Frugando in rete ho trovato questo interessante video che spiega con un cartone animato il meccanismo di fondo che regola l’economia. Girato da un giovane regista americano (all’inizio del video viene intervistato dal canale Fox), il cartone racconta di come il mito dell’American Dream sia stato sepolto sotto un cumulo di debiti impagabili e speranze tradite. Hartman e Pile, i due simpatici personaggi animati protagonisti del film, illustrano attraverso i loro dialoghi il ruolo delle banche commerciali e della Banca Centrale, che negli USA è la Federal Reserve, vero e proprio fortino segreto inespugnabile e fonte incontrollata di bigliettoni verdi con cui irrorare indebitandola l’economia americana. Continue reading

Gli Innominati

Gli attacchi militari più rilevanti sono sempre accompagnati da una copiosa e altisonante propaganda, che i media diffondono con ossequiosa solerzia. Sia pur cadendo nella trappola manipolatoria dell’informazione, è dunque piuttosto facile delineare i contorni del conflitto, dalle parti in guerra alle ragioni che hanno spinto una parte a brandire le armi contro un’altra. Ma quando le bombe perdono peso e diventano bond, i paesi che solitamente svolgono un ruolo attivo nei conflitti divengono obiettivi e i cieli di Tripoli e Baghdad si trasformano in mercati finanziari, ecco che la propaganda scompare, la macchina dell’informazione, vera o inventata che sia, si arresta, e sulle ostilità cala la nebbia, una fitta nebbia in cui, chi prima aveva visto Obama e Sarkozy lanciare i caccia contro Gheddafi o Bush padre scatenare Desert Storm contro Saddam, ora fatica a distinguere chi combatte chi e per cosa. Continue reading