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L’economia secondo Varoufakis

La crisi greca ha portato alla ribalta di tutti i giornali il personaggio di Yanis Varoufakis, ministro delle finanze del governo Tsipras. La sua presenza sulle scene politiche nazionali e internazionali però non è durata a lungo. Subito dopo il referendum di luglio indetto da Tsipras sull’eventualità di accettare il memorandum della troika in cambio di nuovi prestiti, il “centauro”, per usare un epiteto molto usato (non a caso) nelle colonne editoriali dei maggiori quotidiani italiani, rassegnó infatti le sue dimissioni in netto contrasto con le intenzioni del premier greco, il quale si apprestava a recarsi a Bruxelles per negoziare dilazioni dei pagamenti verso le istituzioni finanziare europee a dispetto del maggioritario “NO” espresso dal popolo greco nel voto referendario. Calmate le acque dopo i roventi giorni di inizio luglio, la scelta di Varoufakis resta ancora avvolta da un velo di mistero. Non si spiega come una coppia di giovani leader europei che si candidavano a rappresentare la lama con cui i paesi del Sud Europa avrebbero reciso le briglie dell’austerità imposta dalla troika, si sia all’improvviso disgregata dopo una consultazione popolare. Si è scritto che nei corridoi dei palazzi governativi europei girasse voce che Varoufakis non era gradito a causa delle sue idee, e che se Tsipras voleva ottenere dei risultati per il suo governo avrebbe dovuto sostituire il ministro delle finanze. Non potremo sapere cosa è realmente successo, anche perché le ragioni alla base di mosse politiche di questa portata mediatica in un momento cruciale per l’economia della UE è lecito pensare siano tenute all’oscuro delle masse. Ciò che invece possiamo fare è conoscere meglio le idee di Varoufakis, leggendo il suo libro “È l’economia che cambia il mondo” (Rizzoli, 2015). Continue reading

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Un mondo più sicuro?

Dopo settimane di trattative, si è concluso a Losanna l’accordo sul nucleare iraniano. In controtendenza rispetto agli sforzi profusi dalla precedente gestione Ahmadinejad, l’Iran di Rohani dovrà rinunciare al programma di arricchimento dell’uranio a scopi militari in cambio di un progressivo allentamento delle sanzioni comminate dall’Occidente. Obama si è precipitato a dichiarare entusiasta che il mondo ora è più sicuro, dimenticando che l’accordo ha solo disarmato un paese che non armato non era, ma anzi aveva aderito al Trattato di non Proliferazione Nucleare (TnPN), al contrario di paesi come Israele, nuclearizzato fino ai denti e in preda alle ipocrite crisi isteriche di vittimismo del suo premier Nethanyau, o degli stessi Stati Uniti, i quali non dovrebbero neanche sedere dalla parte dei paesi “moralizzatori” sul tema nucleare, dal momento che fino a prova contraria le uniche due bombe atomiche usate su civili sono state sganciate da caccia statunitensi durante la seconda guerra mondiale seminando milioni di vittime giapponesi. Un mondo più sicuro oggi non lo è di certo, se pensiamo alle guerre in Ucraina e in Yemen, agli attacchi terroristici in Kenya e alle avanzate dell’ISIS. E non lo sarà almeno fino a quando le opinioni pubbliche occidentali non riconosceranno che il mondo attuale è dilaniato dalle guerre per procura; perché, se accettiamo che gli USA finanzino le opposizioni ucraine per rovesciare un governo democraticamente eletto con l’intento di provocare la Russia di Putin, o che i petrodollari vadano ad oliare gli ingranaggi del conflitto tra sunniti e sciiti, allora non potremo mai comprendere le ragioni per cui, nonostante gli apparenti sforzi diplomatici delle grandi potenze, le tensioni crescono costantemente. Continue reading

Israele alla sbarra

La recente morte dell’ex premier israeliano Ariel Sharon ha risvegliato in tanti i ricordi della strage di civili nei campi libanesi di Sabra e Shatila del 1982, quando il generale Sharon era a capo del Ministero della Difesa dello Stato di Israele e lasciò che centinaia di donne e bambini fossero trucidati dai soldati ebrei. Quel tragico evento fu solo uno dei molteplici episodi sanguinari che caratterizzano la storia dello Stato ebraico fin dalla sua nascita. Nonostante l’evidenza di un paese nato all’ombra del sopruso e del sangue di migliaia di palestinesi, nonostante il mancato rispetto di decine di risoluzioni ONU, nonostante la continua minaccia di incendiare il Medio Oriente forte del suo arsenale nucleare e nonostante il mantenimento ostinato della politica di espansione territoriale nel cuore della Palestina, vedo ancora oggi chi persevera nel difendere Israele strepitando contro il lancio di razzi artigianali da parte dei terroristi arabi.

Un tribunale internazionale ha appena emesso una sentenza che condanna Israele e i suoi generali per il genocidio commesso in Medio Oriente. Una sentenza, questa, i cui contenuti potrebbero influire sulle future controversie internazionali, oltre che stimolare una immediata presa di posizione contro lo Stato di Israele e la sua criminale politica estera.

A seguire, un pezzo del giornalista giapponese Yoichi Shimatsu che riporta i dettagli e analizza i contorni dello storico verdetto emesso dal Tribunale di Kuala Lumpur.

Pleonastico ricordare l’assenza di questa informazione nei media di massa. Continue reading

Iran e le speranze tradite degli USA

Appena celebrate le elezioni iraniane che hanno visto trionfare al primo scrutinio di regolari e pacifiche elezioni il moderato Hassan Rohani, si tenta di capire come si muoverà il nuovo presidente della Repubblica Islamica e se seguirà le orme del suo predecessore Ahmadinejad, specie in politica estera. Ciò che, a mio avviso, è necessario capire è il contesto nel quale l’Iran si muove e gli ostacoli che il paese degli Ayatollah è costretto a superare per venire incontro alle esigenze della popolazione. L’Iran si trova da anni sotto un duro regime sanzionatorio impostogli dall’Occidente (leggi USA) che costituisce una vera zavorra per l’economia di una nazione tra le prime esportatrici di greggio al mondo. Gli USA, in tandem con l’Unione Europea che ratifica ogni sbadiglio proveniente da Washington, cavalcando il debole, retorico e ipocrita pretesto del presunto programma nucleare a scopi bellici, si rendono artefici di un continuo martellamento ai fianchi dell’Iran, che ha finora dimostrato di non cedere alle provocazioni mostrando lo spirito tenace di un paese sovrano consapevole della sua forza e rilevanza strategica nel sempre più infuocato scenario geopolitico mediorientale. Per comprendere meglio i tentativi di destabilizzazione dell’Iran provenienti da Occidente e le conseguenze sociali delle sanzioni economiche che hanno fatto da sfondo alla recente tornata elettorale, un articolo di Timothy Guzman pubblicato a ridosso delle elezioni. Continue reading

Il Minculpop é ancora tra noi

L’informazione crea miti. E noi di miti ci cibiamo, continuamente. Chavez dittatore, l’Iran potenza nucleare, Israele vittima del terrorismo di Hamas, l’Iraq e l’Afghanistan guerre di liberazione, le Torri Gemelle sbriciolate da Osama bin Laden, e via discorrendo. Una moltitudine di metastasi che avanza nelle nostre coscienze e influenza le nostre decisioni. Ci troviamo completamente immersi in una camera oscura di disinformazione. Dagli Stati Uniti all’Italia, entrano in azione sempre gli stessi meccanismi, come se facessimo tutti parte dello stesso orologio a muro che scandisce un tempo inesorabile verso l’estinzione di qualunque barlume di verità e buon senso, proiettandoci verso un mondo orwelliano di masse informi.
La stato della (dis)informazione in Italia è stato ben descritto da Marcello Foa, docente di comunicazione, in una recente video intervista. A seguire, un articolo che delinea un quadro simile a quello italiano riscontrabile nel cuore del “mondo libero e democratico”, gli Stati Uniti d’America.

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La cultura del dubbio

É inaccettabile l’orgasmo di retorica olocaustica che ogni anno esplode sulle pagine dei giornali e tra i palinsesti televisivi. Le facce della tv spazzatura che si fanno contrite mentre parlano dei campi di concentramento dei nazisti; i sopravvissuti invitati in studio a raccontare quello che ricordano di quando erano bambini e dovettero lasciare la loro casa durante un rastrellamento; gli occhi degli astanti che diventano lucidi; le immagini dell’Istituto Luce che scorrono sul vidiwall; gli adulti che si interrogano se i loro figli continueranno ad avere memoria della Shoah; quella specie di intoccabile sacralità che si conferisce al tema.

Ecco, tutto questo ormai mi dà la nausea. Perché mai dovrei indignarmi più per i campi di concentramento nazisti che per i morti di Hiroshima e Nagasaki? Perché tanta solennità nel ricordo dei morti ebrei nei lager nazisti, e non altrettanta attenzione per i genocidi compiuti dai Contras in Nicaragua negli anni ’70 e ’80? Perché riunire tutte le autorità dello Stato davanti ad una targa commemorativa del martirio degli ebrei e ignorare il funerale di un volontario attivista italiano morto per difendere il popolo palestinese da settant’anni di pulizie etniche, assedi e demolizioni di case, proprio per mano dei discendenti di quel popolo che, se avesse la memoria che il mondo occidentale si impone di tributargli, forse non perpetrerebbe gli stessi crimini subiti? Continue reading

La Giornata della Memoria

httpv://www.youtube.com/watch?v=dati277iWTg

Per celebrare degnamente la Giornata della Memoria, oggi ho deciso di rivedere un video che qualche anno fa destò in me l’interesse sull’Olocausto. Non che prima non fossi al corrente di quanto accadde al di là del filo spinato che delimitava i campi nazisti, ma questo breve documentario, insieme ad altre letture inerenti lo stesso tema, mi convinse che il fumo passivo sì provoca danni, ma non quanto subire un perpetuo lavaggio del cervello, che fin dagli anni dell’infanzia mi ha indotto ad assimilare scenari e fatti storici dati per certi pur senza doverosi riscontri. Continue reading