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L’economia secondo Varoufakis

La crisi greca ha portato alla ribalta di tutti i giornali il personaggio di Yanis Varoufakis, ministro delle finanze del governo Tsipras. La sua presenza sulle scene politiche nazionali e internazionali però non è durata a lungo. Subito dopo il referendum di luglio indetto da Tsipras sull’eventualità di accettare il memorandum della troika in cambio di nuovi prestiti, il “centauro”, per usare un epiteto molto usato (non a caso) nelle colonne editoriali dei maggiori quotidiani italiani, rassegnó infatti le sue dimissioni in netto contrasto con le intenzioni del premier greco, il quale si apprestava a recarsi a Bruxelles per negoziare dilazioni dei pagamenti verso le istituzioni finanziare europee a dispetto del maggioritario “NO” espresso dal popolo greco nel voto referendario. Calmate le acque dopo i roventi giorni di inizio luglio, la scelta di Varoufakis resta ancora avvolta da un velo di mistero. Non si spiega come una coppia di giovani leader europei che si candidavano a rappresentare la lama con cui i paesi del Sud Europa avrebbero reciso le briglie dell’austerità imposta dalla troika, si sia all’improvviso disgregata dopo una consultazione popolare. Si è scritto che nei corridoi dei palazzi governativi europei girasse voce che Varoufakis non era gradito a causa delle sue idee, e che se Tsipras voleva ottenere dei risultati per il suo governo avrebbe dovuto sostituire il ministro delle finanze. Non potremo sapere cosa è realmente successo, anche perché le ragioni alla base di mosse politiche di questa portata mediatica in un momento cruciale per l’economia della UE è lecito pensare siano tenute all’oscuro delle masse. Ciò che invece possiamo fare è conoscere meglio le idee di Varoufakis, leggendo il suo libro “È l’economia che cambia il mondo” (Rizzoli, 2015).

 Rivolgendosi a sua figlia, nel tentativo di spiegarle la centralità dell’economia nelle sorti del mondo, l’ex braccio destro di Tsipras analizza le ragioni che hanno provocato le disuguaglianze sociali a partire dai surplus agricoli dei contadini inglesi nel XVIII secolo fino alla nascita delle società di mercato con la rivoluzione industriale e l’affiorare della dicotomia tra valore di scambio e valore d’esperienza. Concetti, questi, funzionali a descrivere la mercificazione (valore) dei beni frutto del lavoro (esperienza) dell’uomo. Tuttavia, i passaggi più rivelatori delle idee di Varoufakis giungono quando la disamina dell’autore affronta il tema del debito, colonna fondante della società capitalista, e del ruolo svolto dai banchieri nel prestare denaro a famiglie e imprese in maniera dissennata in periodi di vacche grasse (moneta forte, bassi interessi), confidando nell’azione salvifica dello Stato, che nel momento del crack sia pronto a far versare lacrime e sangue ai propri cittadini chiamati a ripianare i debiti del settore bancario. È qui è il nodo del pensiero di Varoufakis: un mercato finanziario ispirato ai principi liberisti, prociclico, privo di regole e vincoli, che si regge sulle spalle larghe di uno Stato prono, incapace di difendersi e costretto a scendere a patti per pagare (in comode rate) colpe non sue. Ed è questo il meccanismo diabolico che ha ridotto alla povertà il popolo ellenico, additato dalla stampa complice come fannullone ed evasore fiscale, nel momento in cui operatori finanziari e banchieri dell’Europa facoltosa, avvezzi più al traffico di valori che alla produzione di beni e sotto le mentite spoglie della burocrazia trinitaria UE-BCE-FMI, godevano  di generosi salvataggi.

Varoufakis aveva capito. E questo, probabilmente, spiega la sua prematura uscita di scena.

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