L’olocausto della verità

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Ancora sul tema trattato nell’ultimo post, devo segnalare la comparsa sugli scaffali delle librerie – almeno le principali di Milano – di un altro piccolo volume recentemente dato alle stampe dal titolo Soluzione Finale – Il progetto Olocausto (Edizioni Associate, 2012). Nel libro troviamo la traduzione del Protocollo di Wannsee, il verbale della conferenza di Wannsee del gennaio 1942 a cui presero parte i vertici militari e politici del Reich e durante la quale fu messo a punto il piano che decretò le sorti degli ebrei in quella che passò alla Storia come la “Soluzione Finale”. Nulla di cui sorprendersi, dunque, se non fosse per i toni enfatici con cui si tenta di catturare l’attenzione del lettore sui contenuti del testo in maniera ingannevole. Il libro si inserisce nel dibattito tra storici “ufficiali” e revisionisti sul tema della Shoah presentandosi come prova inconfutabile e definitiva dello sterminio sistematico della razza ebraica studiato a tavolino dai luogotenenti di Adolf Hitler. “Questo libro è dedicato a tutti i negazionisti dell’Olocausto”, si legge nella quarta di copertina; “Finalmente trovato l’originale del Protocollo di Wannsee – La riunione che decise la sistematica eliminazione del popolo ebraico”, titola trionfante il mini volume. Preda dell’eccitazione di avere tra le mani il libro che avrebbe chiuso per sempre una querelle che impegna da anni storici e facenti funzione, decido di acquistarlo. Prima di iniziare la lettura immaginavo già i contenuti, ovvero piani logistici sull’ubicazione delle camere a gas e movimentazione degli ebrei ad esse destinati, studi di fattibilità circa il progetto di eliminazione fisica di sei milioni di individui, stime di mortalità giornaliera per camera a gas e per campo di sterminio, perizie tecniche, eccetera. Ma le mie aspettative, insieme all’entusiasmo iniziale, furono presto spenti.
Citerò testualmente dal momento che trattasi di documento ufficiale, per giunta di una chiarezza difficile da migliorare con qualunque commento (grassetti e corsivi sono miei).
Nel paragrafo II del documento si legge: “Il capo della Polizia di Sicurezza e delle SD ha illustrato brevemente gli sforzi finora compiuti contro questo nemico (gli ebrei,ndr), i cui punti essenziali sono i seguenti:
a) espulsione degli ebrei da ogni sfera della vita del popolo tedesco;
b) espulsione degli ebrei dallo spazio vitale del popolo tedesco.
Nel tentativo di raggiungere questi obiettivi si è iniziato, come unica soluzione attualmente praticabile, ad accelerare il ritmo dell’emigrazione degli ebrei dai territori del Reich.
Nel gennaio 1939, per ordine del Maresciallo del Reich, è stato istituito un Ufficio Centrale del Reich per l’Emigrazione degli Ebrei, alla cui direzione è stato nominato il Capo del Polizia di Sicurezza e delle SD. I suoi compiti principali erano:
a) adottare ogni provvedimento teso ad intensificare l’emigrazione degli ebrei;
b) orientare i flussi di emigrazione;
c) velocizzare le procedure per facilitare l’emigrazione di ogni singolo individuo.
Obiettivo di tutto ciò era quello di liberare dagli Ebrei, in modo legale, lo spazio vitale Tedesco.
Nulla lascia pensare allo “sterminio sistematico” di cui si fa cenno sulla copertina e nelle note dell’editore. Senza fare ricorso a sofismi o trucchi dialettici, credo si possa affermare che sterminare milioni di persone e organizzare la loro emigrazione forzata siano due cose ben distinte. Ma prima di giungere a conclusioni, procediamo con la lettura del protocollo di Wannsee. Al paragrafo III, il protocollo recita: “Viene ora adottata una soluzione alternativa all’emigrazione e cioè l’evacuazione verso Est”. Il passaggio a mio avviso più significativo si trova però poco più avanti: “Nel quadro generale della soluzione finale, gli Ebrei dovranno essere avviati al lavoro nell’Est Europeo. Tutti coloro che risultano abili al lavoro, suddivisi per sesso, saranno inviati in gruppi in quei territori per impiegarli nella costruzione di strade. Gran parte di essi morirà per cause naturali e quelli che sopravviveranno, cioè i più resistenti dovranno essere gestiti adeguatamente poiché rappresentano il frutto di una selezione naturale. Qualora essi venissero rilasciati potrebbero costituire il germoglio di una futura rinascita Ebraica (vedi l’esperienza storica). […] Non è previsto evacuare persone con età superiore ai 65 anni. Costoro saranno trasferiti nel ghetto per anziani di Theresienstadt“.

Come abbiamo visto, nel documento non si fa cenno a camere a gas, nè a piani di uccisione sistematica degli ebrei, nè ad eliminazione degli stessi, contrariamente a quanto si vuole far credere leggendo il frontespizio. I termini “sterminio”, “uccisione”, “eliminazione” non vengono neppure mai menzionati nel protocollo di Wannsee, il quale dovrebbe colpire come una scure i revisionisti che negano l’esistenza di un piano di uccisioni programmato. Nel documento si parla invece di “emigrazione” (forzata, certo), “evacuazione”, “espulsione”. Si giunge financo a postulare una eventuale rinascita del popolo ebraico dalle ceneri dei campi di concentramento e si fa cenno al diverso trattamento da riservare agli anziani non abili al lavoro: strana premura da parte di un regime che si accingeva a trucidare senza pietà milioni di ebrei.

Non si vuole qui derubricare i crimini di una ideologia, quella nazista, che ha segnato tragicamente la storia del XX secolo, nè affermare che la politica del regime di Hitler nei confronti degli ebrei fu tollerante. Ritengo che oggi, a 70 anni dagli eventi bellici che incendiarono l’Europa degli anni ’40, diradate le nubi della propaganda di guerra, sia giunto il momento di capire quali furono le reali intenzioni del Reich verso gli ebrei che popolavano i territori sotto il suo controllo al culmine di una persecuzione durata decenni, ancor prima che Hitler salisse al potere. Il protocollo di Wannsee è un documento ufficiale che conferma, senza lasciar spazio a dubbi, la follia del disegno nazista di allontanare gli ebrei dalle terre di Germania e costringerli a lavorare per il regime andando in contro alla morte di stenti e malattia. Contestualmente però, è doveroso per una coscienza libera denunciare con quanta becera sfacciataggine si attenti all’intelligenza del lettore, spesso poco informato o condizionato dalle campane del vittimismo filo ebraico (o forse dovremmo dire filo sionista), con la pubblicazione di volumi come Soluzione Finale – Il progetto Olocausto con il chiaro intento mistificatorio di chi ha la supponenza di aver la verità in tasca anche a costo di manipolare le fonti per compiacere tesi precostituite. Per completare il quadro di tendenziosità del libro, il presidente del Comitato Scientifico della casa editrice si esprime in questi termini nelle note introduttive: “Il libro è il resoconto della riunione di pianificazione dello sterminio ed è bene che lo si legga e lo si faccia leggere.[…] Esorto a leggere questo libro e a chiedere con forza che se ne parli nelle scuole, che plasmi le giovani menti al rispetto della verità per dura che essa sia”. Alla luce di quanto sopra esposto, queste parole suonano ridicole e fuorvianti. La verità che si vuole vendere è fasulla e non collima con la realtà dei fatti. Qualora un professore dovesse leggere questo post, colga l’invito a presentare questo libro per ciò che realmente rappresenta e privo di inutili forzature. Le menti dei ragazzi non vanno plasmate, ma educate; e il rispetto della verità presuppone il riconoscimento della stessa.


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3 thoughts on “L’olocausto della verità

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