Israele alla sbarra

La recente morte dell’ex premier israeliano Ariel Sharon ha risvegliato in tanti i ricordi della strage di civili nei campi libanesi di Sabra e Shatila del 1982, quando il generale Sharon era a capo del Ministero della Difesa dello Stato di Israele e lasciò che centinaia di donne e bambini fossero trucidati dai soldati ebrei. Quel tragico evento fu solo uno dei molteplici episodi sanguinari che caratterizzano la storia dello Stato ebraico fin dalla sua nascita. Nonostante l’evidenza di un paese nato all’ombra del sopruso e del sangue di migliaia di palestinesi, nonostante il mancato rispetto di decine di risoluzioni ONU, nonostante la continua minaccia di incendiare il Medio Oriente forte del suo arsenale nucleare e nonostante il mantenimento ostinato della politica di espansione territoriale nel cuore della Palestina, vedo ancora oggi chi persevera nel difendere Israele strepitando contro il lancio di razzi artigianali da parte dei terroristi arabi.

Un tribunale internazionale ha appena emesso una sentenza che condanna Israele e i suoi generali per il genocidio commesso in Medio Oriente. Una sentenza, questa, i cui contenuti potrebbero influire sulle future controversie internazionali, oltre che stimolare una immediata presa di posizione contro lo Stato di Israele e la sua criminale politica estera.

A seguire, un pezzo del giornalista giapponese Yoichi Shimatsu che riporta i dettagli e analizza i contorni dello storico verdetto emesso dal Tribunale di Kuala Lumpur.

Pleonastico ricordare l’assenza di questa informazione nei media di massa.

Storica sentenza del Tribunale che condanna Israele per genocidio

Link all’articolo originale: http://www.globalresearch.ca/tribunal-issues-landmark-verdict-against-israel-for-genocide/5359944
Traduzione di Marco Messina

Nel tardo pomeriggio dello scorso 25 novembre 2013, in un’affollata aula di tribunale, il giudice presidente Lamin Mohd Yunus ha annunciato il verdetto emesso da una giuria internazionale composta da sette giuristi:

“Il Tribunale ha accertato che, oltre ogni ragionevole dubbio, il primo imputato, (Generale) Amos Yaron, è colpevole di crimini contro l’umanità e genocidio, e il secondo imputato, lo Stato di Israele, è colpevole di genocidio”.

La storica sentenza emanata dal Tribunale per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur che condanna Israele per il genocidio perpetrato ai danni del popolo palestinese è importante per diverse ragioni:

– A differenza di altre corti penali non ufficiali che si sono occupate della difesa dei diritti del popolo palestinese, come il Tribunale Russell sulla Palestina (RToP, New York 2012), ciò che emerge dal processo di Kuala Lumpur va oltre le imputazioni di crimini di guerra e crimini contro l’umanità menzionando l’accusa più altisonante e di maggiore effetto come il genocidio.

– Il verdetto arriva mentre il reato è ancora in corso, e non a crimine avvenuto come nei casi precedenti.

– La decisione dei giuristi internazionali non coinvolge solo gli esecutori materiali del reato, ma riguarda anche lo Stato che diviene imputato del processo.

– Di conseguenza, questo caso rompe la tradizione di immunità degli Stati-nazione in un procedimento penale ai sensi del diritto internazionale.

– La decisione introduce una base giuridica per un’azione internazionale volta a proteggere le minoranze sociali dal genocidio prefigurandosi come un’alternativa legale ai c.d. interventi umanitari, invasioni armate, occupazioni militari e cambi di regime, che in passato si sono rivelati spesso illegittimi e distruttivi, assumendo spesso le stesse caratteristiche del genocidio che si prefiggevano originariamente di contrastare.

Il Tribunale di Kuala Lumpur fonda il suo epocale verdetto sulla Convenzione del 1948 in materia di genocidio. La Convenzione vieta e punisce l’uccisione dovuta al deterioramento intenzionale delle condizioni di vita tale da comportare la distruzione fisica di un gruppo di persone appartenenti alla stessa etnia, religione o razza. Nei casi di genocidio, questi atti criminali vengono commessi con lo specifico intento di distruggere, in maniera parziale o totale, un particolare insieme di individui, nella fattispecie il popolo palestinese.

Gli imputati, il generale Yaron e lo Stato di Israele, attraverso i suoi rappresentanti, hanno rigettato l’atto di comparizione del Tribunale di Kuala Lumpur.

Preso atto della rinuncia alla difesa da parte di illustri giuristi israeliani, il Tribunale ha nominato allo scopo un team di avvocati Amicus Curiae (avvocato difensore, dal latino “amici della corte”), tra cui Jason Kay Kit Leon, Larissa Cadd, Dr. Rohimi Shapiee e Matthew Witbrodt. Ma anche in assenza di rappresentanti di Israele, gli avvocati difensori nominati dal Tribunale si sono dimostrati tenaci e prodighi di acute osservazioni in difesa dello Stato ebraico, soprattutto durante i contro-interrogatori di esperti testimoni.

 

 

Perchè a Kuala Lumpur e non a New York, Londra, Parigi o Berlino?

E’ interessante notare che il patrocinio della Commissione sui crimini di guerra di Kuala Lumpur e il Tribunale internazionale ad essa associato non è in alcun modo legato alla Malesia ed al suo sistema giuridico, eccezion fatta per la partecipazione in alcuni processi di giuristi e cittadini malesiani. Le leggi malesiane cambiano a seconda dello Stato e spesso si muovono nella direzione diametralmente opposta rispetto a quella tracciata dal Tribunale internazionale. Se da un lato l’indipendenza di questo “tribunale della coscienza” permette di adottare un approccio al diritto internazionale svincolato dal quadro legislativo locale, dall’altro significa che il Tribunale non dispone del potere esecutivo delle sentenze.

Il fatto che il primo tribunale ad istruire un processo diretto a perseguire Israele per il reato di genocidio si trovi nel sud-est asiatico è indicativo della scarsa sensibilità presente nel “cuore” del diritto internazionale, ovvero l’Europa occidentale e il Nord America, nei confronti delle circostanze storiche che hanno portato alla nascita dello Stato di Israele.

Il processo di Kuala Lumpur è destinato a sollevare polemiche e creare disagio in particolare in un Occidente che non accetta di rivisitare quella fase storica dal momento che, sin dagli anni immediatamente successivi alla nascita di Israele, i governi e gli opinion leader della comunità atlantica accettarono unanimamente una versione dei fatti sulla base della quale la creazione dello Stato ebraico non è altro che la risposta degli ebrei ai pogrom ed alle persecuzioni naziste.

Il coraggio, dunque, di affrontare finalmente Israele dopo quasi sette decenni di espropri di case e atti di violenza selvaggia ai danni dei palestinesi viene non dai paesi atlantici ma dal lontano sud-est asiatico, dove una causa legale potrebbe essere intentata con imparzialità critica, razionale distacco e assenza di complicità storica.

In breve, un equo processo basato su prove documentali dichiara lo Stato di Israele colpevole di genocidio.

Perché Israele

A questo punto dobbiamo chiederci perché la Commissione per i Crimini di Guerra ha scelto di perseguire per genocidio solo lo Stato di Israele lasciando impuniti altri paesi.

Il procuratore capo Gurdial Singh lo spiega così:

“Altri Stati colonizzatori, come ad esempio l’Australia, hanno offerto un risarcimento e si sono scusati pubblicamente per l’esproprio di terre e i danni procurati ai popoli indigeni. Al contrario, Israele rimane ostile e continua la sua campagna di sterminio dei palestinesi rendendo la loro condizione di vita difficile dentro e fuori i confini”.

In contrasto con precedenti tribunali speciali che hanno mosso accuse di genocidio, il Tribunale di Kuala colloca gli eventi criminosi all’interno di un lasso di tempo tuttora aperto, e cioè a partire dagli anni immediatamente antecedenti la nascita di Israele fino ai giorni nostri e, con ogni probabilità, anche in futuro, fino a quando lo Stato ebraico cesserà di colonizzare la Palestina e proporrà giustizia e riconciliazione. Se consideriamo invece altri casi che richiamano la Convenzione sul genocidio, come l’ex Jugoslavia, il Ruanda, la Cambogia e la Sierra Leone, le uccisioni di massa ebbero luogo all’interno di un breve arco di tempo e furono ordinate da leader politici allora in carica o da una personalità influente.

Il Tribunale di Kuala Lumpur sostiene che, a differenza di altri casi, lo Stato ebraico moderno, ancor prima della sua fondazione, è sempre stato caratterizzato da un programma genocida considerato una colonna della politica di Israele. Pertanto, il genocidio commesso da Israele non può essere considerato come un atto isolato di un leader o un partito politico, ma un piano studiato a tavolino che vede lo Stato unico responsabile.

Il genocidio come difesa

L’obiettivo della politica di Israele, dai tempi della fondazione dello Stato ebraico, venne discusso nel corso di una trasmissione televisiva attraverso l’analisi esperta di Ilan Pappe, storico israeliano dell’Università di Exeter nel Regno Unito e direttore del Centro Europeo di studi sulla Palestina. La sua ricerca rivelò che un gruppo ristretto di capi militari ebrei di alto rango, appartenenti alla milizia Haganah guidata da David Ben Gurion (che più tardi divenne il primo premier di Israele), mise a punto un piano di pulizia etnica che preparava la strada al futuro Stato di Israele liberando il campo dagli arabi che già abitavano quelle terre. Il programma fu denominato Piano Dalet (la lettera “D” indicava il quarto punto all’ordine del giorno dell’agenda colonialista) e sarebbe divenuto operativo non appena fosse terminato il Mandato britannico in Palestina.

A seguito della dichiarazione di indipendenza che sanciva la nascita dello Stato d’Israele nel 1948, fu lanciata un’offensiva militare coordinata dalle forze armate israeliane e altre unità paramilitari contro centinaia di quartieri urbani e villaggi rurali palestinesi, che generò un’ondata di 700 mila profughi stimati provenienti dalla Palestina e parti della vicina trans-Giordania, compresa Gerusalemme. Sebbene l’intento di Israele fosse quello di intimidire i palestinesi e indurli così a lasciare le proprie terre, gli abitanti di numerosi villaggi che si opposero all’esproprio coatto furono trucidati in massa.

Secondo Pappe, l’allontanamento forzato dei popoli che originariamente occupavano la Palestina dalle loro case e le loro terre fu un atto criminale di pulizia etnica. Questa politica, tuttavia, ben presto divenne una sistematica azione di sterminio dei palestinesi, ovvero un genocidio. Interrogato dal team di avvocati della difesa, lo storico ha spiegato che, da cittadino israeliano e figlio di ebrei scampati alla Germania nazista, è moralmente, eticamente e storicamente sbagliato condannare il genocidio degli ebrei ed allo stesso approvarne un secondo ai danni dei palestinesi .

Conteggio cumulativo dei crimini

Il primato israeliano di massacri, omicidi extragiudiziali e persecuzioni quotidiane nei confronti dei palestinesi comprende un continuum di atti criminali avuti luogo nel corso degli ultimi 67 anni. Data la mole di prove schiaccianti, gli avvocati dell’accusa hanno deciso di concentrarsi sugli episodi principali ampiamente trattati dai mezzi di informazione e/o già oggetto di indagini.

Nel dettaglio:

– Massacro dei palestinesi, tra cui molte donne e bambini, avvenuto nel settembre 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, quartiere a sud ovest di Beirut, Libano

– Uso letale di bombole di gas lacrimogeno e proiettili di gomma da parte delle Forze di Difesa israeliane che causò la morte di civili inermi durante le campagne Intifada e le successive proteste

– Intensi e indiscriminati bombardamenti e scariche di artiglieria nei quartieri civili della Striscia di Gaza nel 2008

Tra i testimoni di questi avvenimenti che hanno raccontato la loro versione in aula o in video conferenza troviamo:

– Un ex studente universitario colpito durante una manifestazione pacifica di protesta da un cecchino israeliano con un proiettile a frammentazione che gli ha causato danni estesi e permanenti ai suoi organi interni

– Un cristiano della Cisgiordania imprigionato e ripetutamente torturato per sovversione

– Una donna di Nablus vittima di frustrazioni psicologiche a seguito del suo arresto e conseguente emarginazione sociale

– Due uomini appartenenti al clan Al Sammouni di Gaza, la cui famiglia ha subito la perdita di 21 membri, perlopiù donne e bambini, nel corso di una raid israeliano sulla loro casa

– Un medico palestinese autore di studi sul trauma psicologico subito in particolare dai bambini a seguito di costanti intimidazioni, ripetute violenze e uno stato di terrore perdurante durante la seconda Intifada e negli anni successivi

– Il consulente tecnico Paola Manduca, chimico e tossicologo italiano, che ha rilevato livelli estremi di contaminazione tossica nel suolo e nell’acqua su tutto il territorio della Striscia di Gaza a causa delle armi israeliane fabbricate con metalli pesanti e composti chimici cancerogeni

Killing Fields – Campi di morte

Il professor Ilan Pappe sostiene che l’uccisione di massa di civili inermi intrappolati senza vie di fuga all’interno di un cordone di isolamento rappresenta la prova lampante della politica omicida di Tel Aviv, come è già accaduto all’interno dei campi profughi di Beirut che erano circondati da carri armati israeliani e da ostili miliziani falangisti, oppure nella città di Gaza oggi è circondata da un muro di recinzione.

Per le atrocità di Beirut, il comandante generale delle Forze di Difesa israeliane Amos Yaron è stato accusato in contumacia per crimini contro l’umanità e genocidio.

Tra i testimoni che hanno assistito in prima persona a ciò che accadde nei campi di Sabra e Shatila troviamo:

– Chahira Abouardini, vedova il cui marito e i suoi tre bambini furono uccisi da soldati israeliani a Camp Shatila nel 1982, che ha fornito un resoconto grafico della carneficina in cui descrive i mucchi di corpi crivellati di pallottole e il caso di una donna incinta il cui ventre è stato aperto e il feto privo di vita posto di fianco al suo cadavere. La vedova ha anche raccontato come gruppi di profughi furono rastrellati dalle loro case e allineati contro le pareti per l’esecuzione sommaria sotto il fuoco di armi automatiche.

– Dr. Ang Swee Chai, chirurgo britannico di origini malesiane e volontaria in un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) con l’aiuto del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha raccontato che un altro ospedale di Beirut fu bombardato da jet israeliani, che tutti gli edifici palestinesi, come scuole e ospedali, furono distrutti in maniera mirata da fuochi di artiglieria e cariche esplosive, mentre le ambulanze venivano bloccate e i conducenti uccisi. Il chirurgo malesiano ha testimoniato inoltre che gli israeliani godevano di un punto di osservazione privilegiato dall’interno dell’edificio di sette piani che ospita l’ambasciata del Kuwait, situata sulla cima di una collina dalla quale si può avere un’ampia visuale sui campi profughi. Questo indica che era in atto una operazione congiunta delle forze israeliane che aveva come obiettivo quello di sterminare i profughi non ancora mobilitati nell’ambito del piano di rientro dal Libano organizzato dall’OLP. Analizzando una ferita di arma da fuoco sul corpo di un infermiere del suo ospedale, la dottoressa Ang ha stabilito che il colpo proveniva dall’edificio dell’ambasciata occupata da Israele.

Il generale di brigata Amos Yaron, grazie ai checkpoint israeliani sulle strade e i punti di osservazione privilegiati, aveva dunque il controllo effettivo sui campi profughi. La stretta collaborazione tra Yaron e il capo della milizia locale fece in modo che il generale lasciasse che i miliziani di sfogassero la loro furia omicida per 36 ore mietendo 3500 vittime civili. Nessun ordine fu emanato allo scopo di prevenire la violenza unilaterale delle milizie, ha sostenuto procuratore Aziz Rahman al cospetto del Tribunale. Secondo un rapporto speciale della commissione presieduta dal premio Nobel Sean MacBride, Israele si è reso responsabile di “complicità in genocidio”. D’altra parte, dalle informazioni raccolte si evince che Yaron non fu solo complice nel massacro, ma ne ebbe la piena responsabilità.

Un punto contestato dagli avvocati della difesa Amicus Curiae era che l’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon, funzionario di rango superiore, avrebbe dovuto essere perseguito in luogo del generale Yaron (l’accusa aveva rifiutato di mandare l’avviso di garanzia a Sharon dato che era in coma da molti anni e quindi non in grado di testimoniare. Yaron, inoltre, rivestiva un prestigio notevole come autorità militare in aree collocate al di fuori dei confini di Israele). Il pubblico ministero Gurdial Singh ha però sottolineato che Israele non solo omise di denunciare Yaron e i suoi uomini, ma addirittura conferì loro riconoscimenti e avanzamenti di carriera.

La responsabilità dello Stato

Secondo il diritto internazionale consolidato da anni, ogni Stato è immune da processi celebrati in altri paesi. Sono diversi i casi per cui uno Stato ha diritto all’immunità, e questi comprendono anche alti crimini come il genocidio e gravi violazioni dei diritti umani.

– Il diritto internazionale e il sistema dei trattati si basano sul principio di uguaglianza tra gli Stati, quali firmatari e responsabili dell’attuazione di accordi internazionali. La condanna penale di uno Stato per crimini gravi andrebbe a pesare sul partito politico di governo chiamato a rispondere di tali atti. In questo modo, lo Stato incriminato si troverebbe in una situazione di squilibrio nei confronti della comunità internazionale.

– La sovranità degli Stati costituisce una importante difesa contro eventuali aggressioni o illegittime interferenze da parte di uno Stato estero o alleanza di Stati-nazione.

– Come sostenuto dall’avvocato difensore Matthew Witbrodt, eventuali procedimenti penali e sanzioni adottate da uno Stato diventano di fatto una punizione collettiva a carico di tutti i cittadini (Dal Trattato di Versailles, che pose fine alla Prima Guerra Mondiale, la comunità internazionale ha sempre cercato di evitare forme di punizione collettiva, come ad esempio le ingenti riparazioni di guerra).

Guardando invece l’altro lato della medaglia, la totale immunità di Stato rischia di incoraggiare regimi dittatoriali, razzisti e/o bigotti a violare il diritto internazionale. Impedire che giuristi provenienti da altri paesi pongano un freno a derive criminose lascerebbe pochi mezzi legittimi di intervento. Un metodo “pacifico” può essere l’applicazione di sanzioni economiche, che però si ripercuotono inevitabilmente sulla popolazione.

In mancanza di vie legali con cui opporsi alle atrocità di massa, altri Stati sono quindi costretti a ricorrere a strategie extralegali e spesso spudoratamente illegali, come guerre segrete, insurrezioni popolari provocate ad arte o operazioni di peacekeeping pilotate. Le successive occupazioni militari da parte di contingenti annunciati come salvatori della Patria si rivelano spesso più letali per la popolazione e lesive dei principi del diritto internazionale di quanto non lo siano i crimini del regime a cui si cerca di opporsi.

E così, citando la sentenza di condanna del Tribunale di Kuala Lumpur, la “ragione in base alla quale il Tribunale respinge la dottrina della totale immunità di Stato da procedimenti giudiziari in materia di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità risiede nel constatare che il diritto internazionale vigente in materia di guerra e pace, e l’umanitarismo, vengono oggi applicati in maniera enormemente ingiusta. Paesi piccoli e indifesi, in particolare in Africa e Asia, sono periodicamente oggetto di devastanti sanzioni, interventi militari e colpi di stato. Allo stesso tempo, atrocità inenarrabili inflitte a Stati militarmente deboli dell’America Latina, Africa e Asia per mano di potenti nazioni nord-atlantiche e di loro alleati restano impunite e nascoste all’opinione pubblica”.

L’alternativa alla legge della giungla applicata unilateralmente da poteri autoreferenziali o dalle “coalizioni di volenterosi” è la riforma del diritto internazionale atta a bilanciare la sovranità dello Stato con la responsabilità dello Stato stesso per crimini gravi come il genocidio.

Limitare la sovranità

La sentenza del Tribunale di Kuala Lumpur suggerisce dunque un metodo razionale per limitare la sovranità degli Stati quando si tratta di reati gravi: “Laddove vi sia un conflitto tra due principi di diritto, dovrebbe prevalere quello gerarchicamente superiore in importanza. Secondo la corte, lo Stato di Israele si trova sul banco degli imputati in virtù del fatto che il principio di diritto internazionale che vieta di citare in giudizio un altro Stato è inferiore in importanza rispetto al reato di genocidio”.

Il Tribunale non chiarisce le modalità di applicazione della sentenza, né fornisce indicazioni da seguire circa la pena da infliggere allo Stato che commette il genocidio. Probabilmente e in linea teorica, l’effetto principale derivante da una limitazione della sovranità basata sul genocidio sarebbe quello di dissuadere gli Stati dal commettere atrocità di massa impunemente. In un ambito di legalità per un’azione comune contro i genocidi, la via di un intervento preventivo potrebbe quindi essere seguita nel rispetto di regole condivise e di garanzia allo scopo di scongiurare atti di violenza ingiustificata da parte dei cosiddetti “peacekeepers”.

Quando la costituzione di uno Stato o le sue leggi incorporano dei principi discutibili, un’autorità internazionale fondata sulla legalità può quindi smantellare quell’ordinamento statale per crearne uno nuovo legittimato da referendum. Una procedura legale di modifica costituzionale è di gran lunga preferibile ai metodi che oggi vengono perseguiti rovesciando regimi ad esclusivo vantaggio politico della potenza occupante. Ma tutto questo resta puramente ipotetico e dimostra quanto la comunità internazionale sia oggi molto distante dal prendere seriamente in considerazione una valida alternativa allo stato di cose attuale.

La limitazione della sovranità dello Stato, come osserva il Tribunale di Kuala, rappresenta la nuova frontiera in evoluzione verso la quale il diritto internazionale sta oggi muovendosi. Gli Stati Uniti permettono ai suoi cittadini di intentare causa presso la corte federale contro gli Stati che ospitano terroristi, e – sebbene questo sia coperto da legge civile – si tratta comunque di limitare la sovranità di altri Stati. Anche l’Unione Europea ha limitato la sovranità dei suoi Stati membri. Ancora: nel 1978 fu siglato lo State Immunity Act con cui il consiglio privato britannico stabiliva che le leggi valide per le navi mercantili dovevano estendersi anche alle navi di proprietà di governi stranieri.

Come sostenuto dalla corte, “E’ scandaloso che alcuni tribunali da un lato approvino violazioni dell’immunità di certi Stati per ragioni commerciali, e dall’altro li difendano strenuamente quando essi si rendono colpevoli di genocidio o altri crimini di guerra. Le vite umane non possono soccombere a vantaggio degli scambi commerciali”.

Le forti e spesso fondate argomentazioni degli avvocati del gruppo Amicus Curiae in difesa di Israele si sono rivelate critiche costruttive che hanno contribuito ad affrontare la complessità del diritto internazionale. Nel teso dibattito in aula, l’avvocato difensore Jason Kay Kit Leon ha spiegato che “l’elefante nella stanza” è il terrorismo palestinese verso i civili israeliani colpiti dal lancio di razzi negli insediamenti colonici, e che le forze militari israeliane hanno agito per legittima difesa. Le tesi di Jason Kay Kit Leon  prendevano le mosse dal libro “In difesa di Israele” dell’avvocato e studioso di Harvard Alan Dershowitz.

Tuttavia, i giuristi hanno accolto le tesi dell’accusa. “Dobbiamo constatare che gran parte della violenza palestinese ha avuto luogo non già su territorio israeliano, ma da e verso territori palestinesi occupati da Israele. Gran parte della violenza perpetrata dai palestinesi si configura come reazione alle atrocità compiute in nome di un razzismo estremo ed al genocidio tragicamente divenuto una costante nella vita dei palestinesi.”

Ma i giuristi si sono spinti oltre, affermando che: “La forza adoperata dall’esercito dello Stato di Israele è eccessiva, totalmente sproporzionata e costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario (DIU). I metodi utilizzati nel conflitto sono terribilmente disumani nonché evidenti crimini di guerra.”

Controversie interne

Le controversie avutesi in passato all’interno della Commissione avevano fatto posticipare il processo di due mesi dopo che erano volate accuse dure e pungenti tra i suoi membri. Durante questa fase, molti giudici si astennero dal partecipare o si assentarono per motivi organizzativi, mentre un prestigioso pubblico ministero rassegnò le sue dimissioni in segno di protesta per presunto sabotaggio del corpo giudiziario. Tuttavia, queste divergenze sono servite a chiarire piuttosto che confondere i nodi legislativi e le procedure giudiziarie con il risultato di consolidare le argomentazioni su entrambe le sponde processuali.

Occuparsi di Israele non è mai un compito facile.

In questo modo si è dunque creato nel diritto internazionale un importante precedente avvalorato dalla decisione unanime del Tribunale di accusare uno Stato per aver commesso l’alto crimine di genocidio. Le argomentazioni della sentenza che hanno portato alla sbarra lo Stato di Israele saranno senza dubbio oggetto di larghe discussioni per gli studiosi di legge negli anni a venire. Dal momento che il suo statuto non prevede il processo di appello, il caso della “Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur contro lo Stato di Israele” resterà il fulcro di accese polemiche in materia di legge sui diritti umani e principio di sovranità degli stati-nazione.

Guardando al passato, il precedente più importante di genocidio imputabile ad uno stato risale al 2007, quando la Yugoslavia coprì il massacro di mussulmani bosniaci commesso a Srebrenica, in Bosnia-Erzegovina, per mano delle forze armate federali serbe. Come sottolinea il giurista canadese John Philpot, che aveva già lavorato nel Tribunale sul Ruanda, sulla falsariga della sentenza: “La vicenda della Bosnia/Erzegovina ha chiaramente delineato il principio della colpevolezza dello Stato su cui si fonda il nostro giudizio contro Israele.”

Nella sentenza sul genocidio serbo in Bosnia/Erzegovina si legge: “Il genocidio è un crimine internazionale che coinvolge la responsabilità nazionale e internazionale da parte e degli individui e degli Stati”, inoltre “se un apparato, un membro o un’organizzazione i cui atti sono giuridicamente riconducibili allo Stato si rende responsabile di azioni iscritte all’articolo 3 (in materia di genocidio) della Convenzione, su quello Stato cadrà, dunque, la responsabilità di tali azioni davanti alla comunità internazionale.”

Una questione importante riguarda il fatto che i casi di genocidio in Ruanda e Yugoslavia sono considerati da alcuni esperti legali viziati dall’ingerenza occulta e illegale esercitata da una grande potenza. Questi aspetti sono stati menzionati di rado e con giudizio dal Tribunale di Kuala Lumpur, che ha invece selezionato il precedente giuridico più calzante pur potendo contare su una gamma molto più ampia di casi giurisprudenziali in tema di responsabilità dello Stato.

Critica: andare le oltre le riparazioni di guerra

Fino al processo di Kuala Lumpur, gli Stati e i loro supporter internazionali accusati di genocidio non hanno mai risposto del loro operato lasciando che le responsabilità ricadessero su singoli uomini agenti in nome di paesi deboli e di scarsa rilevanza.  Il Tribunale malesiano, invece, ha ricondotto ogni responsabilità dei crimini commessi sugli apparati interni dello Stato, come uffici dirigenziali, comandi militari, servizi segreti, ministeri e – in taluni casi – anche magistratura e polizia, in misura spesso maggiore di quanto non fosse imputabile a singoli leader o funzionari delle forze armate.

Ma questo non può bastare quando la responsabilità principale dovrebbe ricadere sulle grandi potenze straniere che mutano il loro atteggiamento da fiancheggiatori a giustizieri di regimi nel momento in cui questi usano il pugno di ferro contro i ribelli. Le relazioni che intercorrono tra le grandi potenze prive di scrupoli e le elité globali, con la loro enorme industria militare a seguito, preparano la strada a stati d’assedio, sanzioni economiche e traffici segreti di armamenti che rendono paesi, altrimenti deboli, in grado di commettere reati di genocidio.

Appena accennato nella sentenza del Tribunale è la realtà che le potenze mondiali si oppongono duramente a qualunque tipo di concessione circa l’assoluta immunità di cui godono con l’obiettivo celato di proteggere i loro interessi economici. I paesi atlantici dominanti denunciano i genocidi con il chiaro intento di estendere il proprio dominio globale attraverso invasioni militari condotte all’insegna del vago e generalizzato principio della “responsabilità di proteggere i civili” e imporre ai paesi sconfitti nuove leggi scritte da giuristi stranieri e presentate al pubblico come ispirate dagli ideali dei rivoltosi.

Contestualmente, questi paesi votati al genocidio e influenzati dagli apparati militari per la tutela della sicurezza nazionale rifiutano categoricamente la presenza di un organismo internazionale che vigili contro le illegali invasioni armate mascherate da interventi umanitari

Inoltre, limitando le richieste di risarcimento ad Israele, il Tribunale ha perso un’occasione di fare piena giustizia per il popolo palestinese. Ciò che invece andrebbe fatto è chiedere la presenza di una forza internazionale di pace che garantisca il ritiro dei militari israeliani dai territori palestinesi fino a quando non sarà organizzata una milizia locale autonoma per il mantenimento dell’ordine e la sicurezza; la rimozione dei muri divisori, dei posti di blocco e ogni altro ostacolo alla libera circolazione dei cittadini; la restituzione dei territori occupati in Palestina; risarcimento per terreni e immobili sottratti ai palestinesi ed attualmente all’interno dei confini dello Stato di Israele, e scuse ufficiali per gli innumerevoli crimini commessi.

La perseveranza degli apparati statali israeliani nel commettere atti di genocidio, con l’appoggio della maggioranza della popolazione, rende necessaria una revisione della costituzione dello Stato ebraico in un’ottica di eliminazione delle componenti razziali e di discriminazione di origine religiosa allo scopo di prevenire ulteriore atti criminosi. Questo obiettivo dovrebbe richiedere un’azione internazionale in Israele nel caso in cui i suoi esponenti dovessero sottrarsi al rispetto del diritto internazionale.

Israele non merita certo la violenza che si scatenò contro il Terzo Reich, ma ciò non toglie che i principi dello Stato di diritto e di una giustizia più severa debbano essere rispettati quando si tratta di genocidio a radici ideologiche.

Coraggio e saggezza

Nonostante le lacune sovracitate, il Tribunale di Kuala Lumpur ha mostrato enorme coraggio, lungimiranza e saggezza nel trattare la tanto attesa accusa di genocidio nei confronti di Israele. Il merito del Tribunale è quello di aver giustamente collocato il genocidio in questione in un contesto di diritto internazionale piuttosto che su un piano di una semplice contesa territoriale. Il verdetto, unitamente alle motivazioni a supporto, rappresentano un’importante iniziativa tesa a scoraggiare le grandi potenze dal promuovere e alimentare massacri di civili tra nazioni più deboli.

La sentenza di Kuala Lumpur non rappresenta solo una sfida giudiziaria alla causa del Sionismo Internazionale negli Stati Uniti e in Europa, ma richiama ai principi morali universali della retorica buonista.

“Per quanto condanniamo la violenza e preghiamo per la pace, si deve riconoscere che nessuna potenza sulla Terra può spegnere la fiamma della libertà dallo spirito umano. Finché vi è soppressione, ci sarà sempre gente pronta a morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio “.

La decisione del Tribunale di Kuala Lumpur è un grande passo avanti, non solo per i palestinesi espropriati delle loro terre, ma per l’intera umanità.

Autore: Yoichi Shimatsu, giornalista esperto di questioni orientali e del sud-est asiatico, è ex direttore del settimanale The Japan Times Weekly di Tokyo.


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One thought on “Israele alla sbarra

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